...alle ragazze dalle labbra rosa

si a quelle come me, che non son più ragazze, ma credono che esista ancora un posto per provare ad esserlo, che ridono, spostando il capo ed accendendo gli occhi, che hanno ancora un sasso stretto dentro al pugno da lanciare, che aspettano una sfida e una scommessa ancora da vincere!!

 
maggio 30 2009
E proprio allora si ricordò quel gesto.. che strano .. pensò.. mi viene in mente adesso… e proprio quello che io non m’aspettavo…Un attimo qualunque, il cielo come sempre poggiava sulla terra, dietro le nubi il sole, e strade, e case in mezzo alle pianure, i piedi della gente su e giù per le scale, movimenti di mani incontinenti, occhi che come biglie rotolavano altrove, negavano le destre e le sinistre e l’avanti e l’indietro.. Ed era tutto ovvio, normale, già veduto. Tutto scorreva semplice ed anche un po’ banale, nulla sembrava dire, voler significare..
- adesso, prima che tu t’accorga che tutto sta finendo, adesso, prima che manchi l’aria, che tu possa capire che arriverà il silenzio, ti parlerò di lui, ti mostrerò quel gesto..-
La vita a volte è assurda, a volte non è vita, se ti sospende dentro a  un attimo incerto e ti racconta di una cosa altrui che non ti è stata detta, ma che tu hai già intuita, ti leva le certezze, respira ciò che sai, ti soffia dentro vento e ti disperde altrove, per poi lasciarti li, privo d’ogni ricordo..La vita a volte bara.. pensò sopra le labbra.
E come rallentata, riaffiorata dal tempo, rivide quella mano, anzi non la rivide, perché l' immaginava, ed era chiusa a pugno, stretta dentro una tasca. Eppure percepiva da quell’inguine rigonfio, un moto di rinuncia, di rabbia, di sconforto. Si perché a guardar bene la tela delle braghe si tendeva nervosa, tre colli e tre vallate, la traccia delle nocche. E rabbia, il lieve movimento sincopato, nel ritmo e nelle pause, che quasi impercettibile serrava ed allentava la stretta di quel pugno.. Intorno a che dolore arrancava quel morso?? Quasi a ridare fiato ad una pena stretta, lasciar fluire il sangue di quel palmo ferito, mollar la presa di quell’asprezza ingiusta e trattenuta, e poi il ripensamento ed il ritorno inconscio ad un orgoglio teso… Intorno a quale storia si chiudeva quel pugno?? ad un amor negato, una morte innocente, a un’infame ingiustizia, a una violenza che non si sa negare?? Non di ricordi a volte è fatta la realtà, nè di certezze, nè di parole dette.. ma consapevolezza e il senso del saputo, anche quando non è.. E quel pugno stringeva, spingeva, e avanti e avanti ancora, la tela delle braghe, come per vita propria, a trattenere tutta quella veemenza, quella passione, quel moto di rivalsa.. Come il tendone d’un  circo irriverente, la tasca alzava un’onda che conteneva pena.. Tesa la stoffa al fianco e sulla coscia, teso quel movimento che implorava vendetta.. E tutto intorno intanto, si faceva un gran buio, si nascondeva il giorno, non suoni a muover l’aria, c’era solo quel pugno, compreso in una tasca…Poi fu la noncuranza..
sempre netta 26 febbraio 2005


 
maggio 17 2009
Sicuramente se qualcuno le avesse raccontato in gioventù quel che sarebbe stato di lei, non solo non l’avrebbe creduto possibile, ma avrebbe risposto sorridendo a bocca aperta come era usa fare, con uno dei gesti che più tradivano la generosità che le scuriva la pelle… ma che dici??? Io???? Nooo…..impossibile.. …
Invece era andata proprio così ed ora, a cinquantadue anni, si guardava dentro uno specchio, soppesava perplessa e un po scocciata l’immagine che le tornava e scuotendo il capo ed ammiccando, stavolta a labbra serrate, sussurrava fra i denti.. mannaggia… sospendendo nel tempo ogni altra considerazione verbale.
Il resto rimaneva muto, appeso a un filo di incertezza ed incredulità. Ma era proprio lei quella donna “piccina e perduta” come si era sempre definita parafrasando i testi di una canzone di Lucio Dalla. Era proprio sua quella forma un pò sgraziata e appesantita, le ciabatte ai piedi e le caviglie gonfie, dentro un vestito estivo smesso e  consunto che le tirava e le pendeva un pò da tutte le parti??? Si mosse per scorgere nel riflesso la reciprocità dei movimenti, l’appartenenza, il disappunto tradito da un’impennata storta delle sopracciglia. Si…era proprio lei..
E poco c’era da fare. Bisognava accettare quella realtà scomoda e al tempo stessa confortevole che tacitava ormai ogni passione e sostituiva a veemenza e trasgressione una inconsueta pace, una prudenza sciapa, una lentezza morbida e conforme che la cullava nel muoversi dei passi.
Perché se si muoveva troppo in fretta il corpo le vibrava in un cinguettio di consapevolezza, la testa a tratti  girava d’un eco percettiva e ondulatoria, conferendo alla realtà il senso scosso di un lieve terremoto. Il mondo le appariva malfermo e la realtà insicura e distorta. Aveva fatto l’abitudine a quella precarietà che cambiava le sue movenze e modificava lo spazio occupato dal proprio corpo creandone uno nuovo più accogliente, caldo, gentile e sicuro.
Diventare vecchia non le piaceva ma cominciava ad accettarlo.
Non era mai stata bella, non era mai stata alta, ne bionda ne formosa, ne appariscente, eppure questo non le aveva impedito d’affrontare  spavalda la vita e le passioni tutte, al meglio di se, convinta e scomposta, come il suo piccolo corpo scuro e nervoso le aveva suggerito. Se si voltava, lenta, a guardare a ritroso scorgeva figura di se che quasi non conosceva. C’erano gesti e giorni e atti che la stupivano per la temerarietà e la leggerezza con la quale erano stati vissuti, c’era quel figlio ormai adulto del quale a volte non ricordava l’infanzia, come se avessero camminato al fianco in una stretta ed egoistica simbiosi,  imponendosi a vicenda  un’andatura forsennata e impegnativa, fino a giungere a qui. A questi anni di traguardo. Se si voltava  a declinare il passato, la testa girava più forte, creando mulinelli di colori e suoni, e voci, dentro i quali lei persa, come storia scritta da altre mani ed altri narratori, aveva giocato ruoli diversi e indipendenti dalla propria natura. Era stata una corsa accelerata e folle e quel che desiderava di  più, ora,  era solo un po di riposo, il silenzio, l’abbandono, un vuoto comodo nel quale sciogliere la propria misura liberata.
...


 
maggio 1 2009
Si, farò buon viaggio, ti prometto...
Metterò a mio frutto ogni luce che il giorno,
ogni brezza che il vento,
ogni sapore e suono e movimento.
Sospenderò il mio tempo per dedicar respiro a terra e mare,
per ricordare d’estati mie bambine,
le vesti bianche delle monache al sole,
quell’odore di sale..
Allora…
formiche in fila indiana, inabili ed ossute,
per quelle scale in pietra, ripide ed infinite,
giù in fondo… fino al mare.
A quegli scogli irsuti, taglienti e scivolosi,
che subito profondo, senza certezza al piede,
a calcolar in metri,
la casta nostalgia di noi creature,
quei  primi giorni al sole.
Si.. farò buon viaggio,
racconterò a me stessa questa storia che è nuova,
allargherò lo sguardo che possa contenere tutto e quanto,
in un solo traguardo: il cielo e il mare e  il tempo ritrovato,
il sole quando è caldo, e il vento a sera a scompigliar pensieri,
a far di vita storia da narrare.
E fermerò ogni immagine che possa dirmi ancora…
Me la riporto in petto, come si fa col bene quando è raro…
Si… farò buon viaggio.. ti prometto


 
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