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Sicuramente se qualcuno le avesse raccontato in gioventù quel che sarebbe stato di lei, non solo non l’avrebbe creduto possibile, ma avrebbe risposto sorridendo a bocca aperta come era usa fare, con uno dei gesti che più tradivano la generosità che le scuriva la pelle… ma che dici??? Io???? Nooo…..impossibile.. …
Invece era andata proprio così ed ora, a cinquantadue anni, si guardava dentro uno specchio, soppesava perplessa e un po scocciata l’immagine che le tornava e scuotendo il capo ed ammiccando, stavolta a labbra serrate, sussurrava fra i denti.. mannaggia… sospendendo nel tempo ogni altra considerazione verbale.
Il resto rimaneva muto, appeso a un filo di incertezza ed incredulità. Ma era proprio lei quella donna “piccina e perduta” come si era sempre definita parafrasando i testi di una canzone di Lucio Dalla. Era proprio sua quella forma un pò sgraziata e appesantita, le ciabatte ai piedi e le caviglie gonfie, dentro un vestito estivo smesso e consunto che le tirava e le pendeva un pò da tutte le parti??? Si mosse per scorgere nel riflesso la reciprocità dei movimenti, l’appartenenza, il disappunto tradito da un’impennata storta delle sopracciglia. Si…era proprio lei..
E poco c’era da fare. Bisognava accettare quella realtà scomoda e al tempo stessa confortevole che tacitava ormai ogni passione e sostituiva a veemenza e trasgressione una inconsueta pace, una prudenza sciapa, una lentezza morbida e conforme che la cullava nel muoversi dei passi.
Perché se si muoveva troppo in fretta il corpo le vibrava in un cinguettio di consapevolezza, la testa a tratti girava d’un eco percettiva e ondulatoria, conferendo alla realtà il senso scosso di un lieve terremoto. Il mondo le appariva malfermo e la realtà insicura e distorta. Aveva fatto l’abitudine a quella precarietà che cambiava le sue movenze e modificava lo spazio occupato dal proprio corpo creandone uno nuovo più accogliente, caldo, gentile e sicuro.
Diventare vecchia non le piaceva ma cominciava ad accettarlo.
Non era mai stata bella, non era mai stata alta, ne bionda ne formosa, ne appariscente, eppure questo non le aveva impedito d’affrontare spavalda la vita e le passioni tutte, al meglio di se, convinta e scomposta, come il suo piccolo corpo scuro e nervoso le aveva suggerito. Se si voltava, lenta, a guardare a ritroso scorgeva figura di se che quasi non conosceva. C’erano gesti e giorni e atti che la stupivano per la temerarietà e la leggerezza con la quale erano stati vissuti, c’era quel figlio ormai adulto del quale a volte non ricordava l’infanzia, come se avessero camminato al fianco in una stretta ed egoistica simbiosi, imponendosi a vicenda un’andatura forsennata e impegnativa, fino a giungere a qui. A questi anni di traguardo. Se si voltava a declinare il passato, la testa girava più forte, creando mulinelli di colori e suoni, e voci, dentro i quali lei persa, come storia scritta da altre mani ed altri narratori, aveva giocato ruoli diversi e indipendenti dalla propria natura. Era stata una corsa accelerata e folle e quel che desiderava di più, ora, era solo un po di riposo, il silenzio, l’abbandono, un vuoto comodo nel quale sciogliere la propria misura liberata.
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posted by netta | 10:16 | commenti (2)
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